Storia del Conte Tramontano

Matera

L’anno 1495 segna per Matera l’inizio di un periodo oscuro e triste a causa delle vicende che la vedranno sottomessa per la prima volta alla servitù feudale.
Proprio in quel periodo, la figura di Giancarlo Tramontano, originario di Sant’Anastasia, vicino Napoli, umile popolano sostenitore degli aragonesi, emerge fra tumulti e tensioni per il dominio sulla città partenopea, tra i francesi di Carlo VIII e gli spagnoli, a seguito della morte di Ferdinando I d'Aragona, avvenuta nel 1494.

I debiti, la crisi e la sommossa popolare

Nonostante avesse una carica importante quale Mastro della Regia Zecca, ritornò a Matera colmo di debiti pretendendo dall'aristocrazia locale, sempre più offesa e derisa, altre gabelle e tasse per colmare le casse vuote. La sua triste fine era, ormai, imminente…
Il 28 dicembre del 1514 chiese al popolo 24 mila ducati per sanare un debito con il suo creditore catalano Paolo Tolosa.
Esasperati dai continui soprusi, alcuni popolani e nobili, riunitisi nel Sasso Barisano nei pressi della Parrocchia rupestre di San Giovanni Vecchio, nascosti dietro un masso, “u pizzone du mmal consighj” - il masso del mal consiglio -, che fungeva da testimone, organizzarono l’uccisione del Conte.
L’agguato si sarebbe svolto l’indomani in Duomo, poiché la chiesa era l’unico posto dove il Conte era costretto, dalle usanze del tempo, a disarmarsi.
La guarnigione armata lo avrebbe atteso all’esterno come sempre. D’altronde le sue guardie, mercenarie, si potevano corrompere facilmente. E così fu…

L’assassinio del Conte

...La sera del 29 dicembre 1514, infatti, in occasione della messa del vespro, il Tramontano fu affrontato dai congiurati, si difese strenuamente ma dopo aver cercato invano la fuga, fu ucciso in una via laterale del Duomo, l’odierna Via Riscatto.
Si ha certezza di questa tragica data grazie ad un’incisione presente sulla base di una colonnina della chiesa di San Giovanni Battista che recita: DIE 29 DEC … INTERFECTUS EST COMES.
Si racconta che fu denudato e colpito ripetutamente con le pesanti alabarde sottratte ai suoi uomini, prima di essere abbandonato, a brandelli, in una pozza di sangue.
Le campane suonate a martello annunciarono la morte del tiranno ed il popolo, ormai in tumulto, invase le strade ed i vicoli, correndo e gridando.
Ci furono tentativi di incendio ai documenti della pubblica magistratura e, dopo una violenta irruzione nel suo palazzo, fu arrestata sua moglie e saccheggiata ogni cosa.
Il buon senso di alcuni cittadini prevalse e la Contessa fu salvata da altri orrendi atti.
Non furono mai trovati i colpevoli, né assassini e né mandanti, e gli unici nomi che compaiono fra gli indiziati sono Tassiello di Cataldo e Cola di Salvagio, e la leggenda popolare vuole che a compiere il delitto sia stato uno schiavone, ossia un serbo-croato.

L’astuzia, l’ambizione e l’ascesa

Intelligente, astuto e valente spadaccino, era stato  il primo cittadino eletto dal popolo a sedere con nobili e clero nel parlamento di Napoli, dove ottenne anche la nomina a Mastro della Regia Zecca.
Per una serie di servizi resi al Re, pretese la Contea di Matera, città che era sempre stata demaniale, che dipendeva, cioè, direttamente dalla Corona. Il Sovrano ne subordinò la concessione ad un manifestato consenso dei materani, che ovviamente glielo negarono. L'obiettivo del Conte fu ugualmente raggiunto con la complicità di alcuni nobili e popolani materani abilmente raggirati con false promesse di esenzioni e privilegi.
I materani sottoscrissero, illusi, la loro servitù feudale. Così il primo ottobre 1497 il Re Ferdinando II, detto Ferrandino, figlio di Alfonso II e succeduto a Ferdinando I, procedette all'investitura del Tramontano riconoscendogli l'ambita Contea.
Negli anni successivi troviamo tracce del nostro irrequieto personaggio in numerose contrade del Regno, impegnato in scontri con i francesi. Fu fatto anche prigioniero e privato della sua Contea. Riuscì a liberarsi, e cercò in modi bizzarri di riottenere la Contea di Matera.
Infatti il primo novembre 1506 si recò a Napoli in occasione del corteo reale del Re cattolico Ferdinando e della Regina Germana De Foix, ed usò un abile stratagemma per impressionare il Re. In strade adiacenti a quelle del corteo costruì maestosi archi di trionfo in legno, dai quali fece gettare monete ed altri oggetti di valore.
La folla accorsa per il corteo si radunò quindi tutta sotto questi archi, ed il Corteo Reale fu costretto a deviare il percorso dirigendosi verso i suddetti archi di trionfo. Qui Gian Carlo Tramontano e la sua consorte, Elisabetta Restigliano, fecero dono alla Regina di una costosissima collana di 25 perle, con lo scopo di accattivarsi la benevolenza dei regnanti e riottenere la Contea di Matera.
Il Re non si fece impressionare da questi meschini esibizionismi e assicurò alla Contea la sua demanialità, ma, allontanatosi il Sovrano, il nostro ambizioso capo-popolo raggiunse il suo scopo “convincendo” il Viceré che lo riconfermò Conte di Matera.

L’indulto

Il delitto fu considerato, per quel che era, un reato politico, ed un attentato alla corona, rappresentata sul territorio dal Conte.
Per punire i colpevoli fu inviato dal Re il Commissario Giovanni Villani, che fece impiccare quattro materani innocenti, inquisì altri cittadini che riuscirono a riscattarsi pagando 2 mila ducati ed accusò l’Amministrazione della Città per aver incoraggiato la sommossa e per non aver punito i colpevoli.
A conclusione della vicenda, considerato che per l’Università (il municipio) non fu possibile controllare la situazione, né domare l’istinto violento ed incontrollabile del popolo, né rintracciare i colpevoli fra la folla inferocita, fu imposto dall’erario un’ammenda di diecimila ducati, davvero tanti considerando che la citata collana di 25 perle ne costava circa 700.
Su solenne richiesta dell’allora sindaco di Matera Berlingerio de Zaffaris, il 22 giugno del 1515, il notaio Franciscum Groia di Matera fu ricevuto a Napoli dal Re Ferdinando d’Aragona che concesse, finalmente, un generale indulto.

La leggenda

Le vicende conosciute a Matera durante l’inchiesta, stimolarono la fantasia del commissario regio Giovanni Villani che scrisse una commedia prendendo spunto dall’episodio, intitolata “il Conte di Matera”, divenuta qualche secolo più tardi, nel 1955, un film con Virna Lisi.
E’ in questa commedia che ritroviamo quasi tutti gli elementi della leggenda popolare privi però di ogni fondamento storico, come le tasse ed i soprusi romanzati ed ingigantiti e come lo “ius primae noctis”, che avrebbe dato al Conte il diritto su tutte le donne nella loro prima notte di nozze, ancora vergini.

 

L’ironia del destino

Il luogo dove fu trucidato, il vicolo a sinistra del Duomo, ha preso il nome di Via Riscatto a ricordare la vittoria del popolo e la caduta del  tiranno.
E se a Matera si ricorda con una via la sua uccisione, curiosamente, a Napoli la commissione toponomastica del Comune ha intitolato una strada a Gian Carlo Tramontano, molto centrale, vicino a Via Duomo, Via Seggio del Popolo e Piazza Nicola Amore, per ricordare la sua elezione democratica, la prima nella storia di Napoli, per rappresentare il popolo nel parlamento partenopeo.
Il motto inserito nello stemma della città di Matera recita: “BOS LASSUS FIRMIUS FIGIT PEDEM“, (il bue stanco segna più fermamente il passo) e sta a significare che il popolo, quando è stanco di soprusi e tirannie, combatte con determinazione e fermezza per riconquistare la libertà perduta...

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